Il marketing, i coach e altre storie

Tom Cruise che interpreta un "life coach" molto particolare in Magnolia

Sempre più società e imprenditori del real estate si rivolgono a Immobiliare.com come team di consulenza per il marketing immobiliare. Abbiamo incontrato grandi società di sviluppo immobiliare, network di franchising, note realtà del luxury e anche piccoli imprenditori. In tutti i casi si è trattato di soggetti che hanno compreso l’importanza di riorganizzare la propria attività aziendale in un’ottica di marketing.

Personalmente non mi piace parlare in prima persona ma visto che devo parlare di un’esperienza e di un’impressione personale, non c’è altra soluzione. Di recente, per ben due volte, mi è capitato che imprenditori immobiliari mi abbiano chiesto un mio parere sui cosiddetti coach che vanno per la maggiore nel settore immobiliare.

La prima volta è stato un noto intermediario del real estate che mi ha chiesto cosa ne pensassi di un famoso coach. Gli ho risposto che lo conoscevo solo di nome e che, in generale, per quanto costano i suoi corsi preferirei farne uno della SDA Bocconi o del Politecnico di Milano. A quel punto gli ho chiesto il motivo di quella domanda che mi era sembrata estemporanea. L’imprenditore mi risponde “visto che vi occupate entrambi di marketing…” Perdindirindina! Urge fare chiarezza. Noi di Immobiliare.com facciamo marketing. Facciamo consulenza di marketing. Abbiamo un percorso di studi e lavorativo tutto incentrato sul marketing e sulla comunicazione. Possiamo vantare esperienze sul campo e case history. Parliamo di noi nella nostra pagina di presentazione del sito e nei nostri profili LinkedIn. Quel signore, invece, tiene dei corsi di formazioni. Alcuni corsi sono specifici su argomenti pratici, altri sono più motivazionali ma non c’è l’ombra del marketing.

Riprendiamo la nostra riunione. Briefing del cliente sul suo nuovo progetto. Nostro piano di azione. Preventivo. Approvazione. Si parte. Equivoco chiuso. Penso. Ma non è così.

Dopo qualche giorno, appuntamento presso la sede di Immobiliare.com con dei giovani imprenditori che devono sviluppare un’iniziativa immobiliare. Sono in gamba, si vede. Hanno iniziato come agenti ma non si sono fermati. Oltre al lavoro hanno sempre investito molto in corsi di formazione. Guardando il colore che domina nella sala riunioni di Immobiliare.com, uno di questi imprenditori dice “usate lo stesso colore di uno dei vostri concorrenti” e cita lo stesso coach citato dal primo imprenditore qualche giorno prima. E allora ditelo che siamo su Scherzi a Parte! Con garbo (ehi sono clienti!) chiedo cosa faccia loro pensare che quel coach sia un nostro concorrente. Anche loro, come l’altro imprenditore rispondono che in fin dei conti ci occupiamo tutti di marketing. Anche in questo caso partono le doverose spiegazioni e i distinguo e ci rimettiamo al lavoro: briefing dei clienti, nostro progetto e preventivo e via dicendo.

Forse ero io in errore e visto che non conosco bene la realtà di questi coach sono andato a dare un occhio ai siti dei tre che più ricorrentemente sento citare. Ovviamente parto da quello che mi è stato citato dai due imprenditori incontrati di persona. Mi accorgo da subito che in tutti i tre casi ci sono delle caratteristiche comuni abbastanza importanti:

1) l’assenza di curricula formativi e lavorativi.

Questo punto mi sembra abbastanza particolare. Queste persone dovrebbero insegnare a lavorare con successo. Ma loro cosa hanno fatto per poterlo insegnare? Non è dato saperlo. Sono sempre stato contrario al valore legale della laurea perché credo che una laurea conseguita presso l’università “A” non possa valere come la laurea della facoltà “B”. In ogni caso sarebbe interessante conoscere il percorso formativo di queste persone. A dire il vero tutti i tre casi esaminati riportano i percorsi di studio. Peccato che si tratti sempre di percorsi poco convenzionali. In pratica i coach si formano presso altri coach. Come i cavalieri Jedi di Guerre Stellari.

Ho conosciuti imprenditori del real estate che probabilmente non hanno finito la scuola dell’obbligo ma vorrei tanto aver avuto la possibilità di collegare una chiavetta USB alla loro nuca per downloadare il loro sapere. Questo per dire che lo studio e la formazione senza esperienza possono fare poco. Anzi la seconda vale probabilmente più della prima. Ma anche se cerchiamo esperienze lavorative nel “chi siamo” dei coach troviamo solo la loro attività di coach, espressa in ore di corsi, copie di libri e testimonianze di chi li ha conosciuti.

2) L’appartenenza a qualcosa di più grande.

Appurato che tali  professionisti  non sentono il bisogno di citare le università presso cui hanno studiato e le società dove hanno mosso i primi (e i secondi) passi prima di dare avvio alla loro attività di coaching, mi sembra ancora più strano che sentano invece la necessità di far sapere che appartengono a una certa associazione professionale, magari internazionale e che ovviamente ha come membri altri coach. Torniamo quindi all’autoreferenzialità: sono un coach, ho studiato presso altri coach e la mia validità è compravata da altri coach.

3) Gli argomenti.

A parte uno dei tre che effettivamente ha in portfolio anche corsi e libri attinenti in qualche modo al mondo immobiliare, gli insegnamenti dei coach sono tutti improntati a concetti tanto alti, quanto inafferrabili. Forse perché sono troppo alti: il successo. La ricchezza. La leadership. L’autostima. E via psicologizzando.Questo gerundio inventato al momento non è casuale, visto che alla base di questi corsi ci sono tecniche come la PNL, la programmazione neuro linguistica che non sono riconosciute dalla medicina ufficiale. Ma tanto chi se ne importa della scienza ufficiale. Basta essere dei bravi coach, che hanno studiato presso altri coach ed essere accreditati da associazioni di coach.

4) Il look.

Chiudo questa carelletta di tratti comuni che ho riscontrato con l’elemento forse più immateriale. E già che di sostanza nei punti precedenti non è che ne abbia trovata tanta! Comunque, a parte uno dei tre che punta su un look casual e molto “confident”, gli altri hanno sempre quel piglio fatto di autorevolezza e aggressività: indice puntato verso il lettore come lo Zio Tom che per arruolarti diceva “I want you”. Cravatta ma non troppo. Nel senso che c’è ma ogni tanto lascia lo spazio a camicie sbottonate da uomo deciso o se c’è viene portata sui jeans per indicare dinamismo. Completa il tutto un sorriso a 32 denti e il pollice alzato alla Fonzie da alternare all’indice allo Zio Tom.

Alla fine della mia esplorazione nel mondo dei coach non ho trovato la benché minima traccia di marketing. E sono molto contento di ciò. Ho trovato un mondo che non conoscevo e che per quello che ho visto non mi piace. Lo trovo antico, da anni ’80. una specie di energy drink in parole. Un’iniezione di carica “a fare qualcosa” che poteva andare bene in tempi in cui l’economia trottava a una velocità tale che si faceva fatica a stargli dietro e c’era bisogno di qualcuno che ti motivasse e ti spingesse a dare il massimo. C’è stato nel recente passato un momento così anche nel real estaate ma è finito da anni.

 

Antonio Rainò per Immobiliare.com

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